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Pensioni

Principali proposte e azioni

• Favoriremo una maggiore flessibilità nell’accesso alla pensione, a partire dai 63 anni di età, da realizzarsi nell’ambito dell’attuale regime contributivo e in coerenza con l’equilibrio di medio e lungo termine del sistema previdenziale. 

• Aumenteremo valore e della platea dei beneficiari della “quattordicesima” per rafforzare la tutela dei pensionati e delle pensionate di fronte al carovita. 

• Consentiremo l’accesso alle pensioni a condizioni più favorevoli per chi ha svolto lavoro gravosi o usuranti, anche rendendo strutturali APE sociale (strumento che sarà esteso agli autonomi) e Opzione donna. 

• Per le nuove generazioni, introdurremo una pensione di garanzia che stanzi fin da subito le risorse necessarie a garantire una pensione dignitosa a chi ha carriere lavorative discontinue e precarie. 

• Introdurremo la possibilità di attivare un part-time volontario pienamente retribuito (anche in termini di contributi previdenziali) al compimento del sessantesimo anno di età. 

• Rafforzeremo la previdenza complementare e gli strumenti che possono favorire il ricambio generazionale e la gestione delle crisi aziendali. 

Italia 2027: la nostra visione 

Gli interventi di riforma del sistema pensionistico degli ultimi trent’anni hanno consentito di controllare la crescita della spesa pensionistica soprattutto per effetto dell’incremento rilevante dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia e di anzianità ma anche attraverso la riduzione della misura del trattamento pensionistico. Il sistema previdenziale ridisegnato da ultimo con la riforma Monti-Fornero, intervenuta in un contesto di profonda crisi finanziaria, ha determinato un sistema pubblico con requisiti di pensionamento molto rigidi (sia pure con diverse eccezioni). 

Tali regole si inseriscono in un quadro demografico in forte evoluzione. Le recenti previsioni ISTAT 2020-2065 consegnano un quadro demografico in rapido declino, con la diminuzione di circa 10 milioni della popolazione italiana entro il 2065 e l’assottigliamento della popolazione tra i 15 e i 64 anni con il conseguente aumento relativo della componente più anziana (dal 23% al 34%). Le famiglie subiranno un processo di frammentazione (sempre più piccole) e aumenterà il numero di anziani soli (1,8 milioni in più entro il 2040). 

A ciò si aggiunga la massiccia presenza nel nostro mercato del lavoro di carriere lavorative instabili, discontinue e con bassi salari che fanno emergere un grave problema di adeguatezza della pensione futura per una parte – affatto minoritaria – di lavoratori (molti degli attuali lavoratori più giovani, spesso donne) che vedranno calcolata la pensione interamente con il metodo contributivo. Nel contributivo una carriera lunga non è condizione affatto sufficiente per ottenere una pensione adeguata; infatti, a causa dell’operare congiunto di tre elementi – «buchi» lavorativi, bassi salari e aliquote ridotte – persone a lungo attive si ritroveranno da anziane a ricevere prestazioni di importo limitato. 

A creare pensioni inadeguate non è il sistema contributivo in sé, bensì la coesistenza di rigide regole attuariali (che impediscono forme di condivisione intra- e inter-generazionali dei rischi a cui sono esposti gli attuali lavoratori), di un contesto macro economico di bassa crescita e di un mercato del lavoro segmentato, in molti casi poco remunerativo e spesso mal funzionante. 

Di conseguenza avere un’economia in salute è una condizione necessaria per avere un sistema pensionistico in salute. Che sia un sistema retributivo o un sistema contributivo, la sostenibilità finanziaria e sociale di un sistema pensionistico è strettamente legata all’andamento dell’economia e dei salari di quel paese. Un paese che non cresce e che nel frattempo invecchia è destinato a vedere esplodere la propria spesa previdenziale, almeno in percentuale al PIL, anche se i trattamenti pensionistici sono e restano in molti casi bassi. 

Il blocco del motore della crescita italiana resta, per noi, la questione di fondo che non può essere elusa neanche in un dibattito sulle pensioni viste le implicazioni che questo ha sui salari e il mondo del lavoro più in generale. Un lavoratore povero di oggi sarà un pensionato povero: un cumulo di situazioni di svantaggio, in particolare periodi più o meno lunghi di disoccupazione o di lavoro scarsamente retribuito, hanno un effetto meccanico sulle prospettive pensionistiche del singolo lavoratore. 

In questo quadro Quota 100 ha rappresentato una finta contro-riforma, di cui hanno pagato il prezzo soprattutto le categorie più fragili. I dati a disposizione disegnano infatti il fallimento della misura. A beneficiarne sono stati soprattutto gli uomini del Nord con un reddito medio-alto, impiegati specialmente nel settore pubblico. I requisiti di Quota 100 (in particolare i 38 anni di contributi) hanno infatti penalizzato in maniera strutturale chi ha carriere discontinue, lasciando ancora una volta indietro donne e Mezzogiorno. Finora la misura è costata 12 miliardi di euro, che diventeranno 23 a regime. Con questa cifra, sarebbe stato possibile finanziare una riforma complessiva ed equa del sistema pensionistico italiano. 

La nostra proposta vuole invece parlare proprio alle categorie dimenticate da Quota 100. 

Per chi oggi svolge lavori usuranti, proponiamo di rendere strutturale APE Sociale (estendendola ai lavoratori autonomi) 

Per le donne, proponiamo non solo di rendere strutturale Opzione Donna, ma anche di riconoscere i lavori di cura (in particolare per le donne che andranno in pensione nei prossimi anni) 

Per le famiglie, vogliamo continuare sulla strada della promozione della condivisione dei lavori di cura e del riconoscimento per tutte e tutti dell’assistenza alle persone non autosufficienti, migliorando quanto già fatto con APE Sociale. Intendiamo inoltre promuovere e valorizzare il buon lavoro svolto in questi anni dal Ministero del Lavoro, specialmente in materia di congedi parentali e di assistenza a un familiare disabile (periodi e attività oggi riconosciuti a fini pensionistici). 

Per i giovani, proponiamo l’introduzione di una pensione di garanzia 

Per chi vuole un sistema meno rigido, proponiamo una maggiore flessibilità a par tire dai 63 (flessibilità resa possibile proprio dalla natura del sistema contributivo) o, in alternativa, la possibilità di attivare part-time volontario pienamente retribuito (anche in termini di contributi previdenziali) al compimento del sessantesimo anno di età a fronte di un ricalcolo dell’età di pensionamento. 

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